il (primo) blog dedicato all'agricoltura sociale: notizie, eventi, novità, ma soprattutto ... idee
sabato, gennaio 30, 2010
Materiali utili su agricoltura sociale e carcere
E' molto interessante perchè sono riassunte le iniziative realizzate nel corso del progetto ed i documenti elaborati (risultati delle ricerche, dossier pubblicati sull'argomento, documenti di lavoro).
clicca qui
venerdì, novembre 20, 2009
Potenzialità e problematiche del lavoro agricolo nelle carceri
organizza un convegno nazionale che si svolgerà il 30 novembre, presso la Sala della Pace “Giorgio La Pira” – Palazzo Valentini a Roma.
Scarica il programma
venerdì, settembre 18, 2009
Agricoltura sociale e detenzione. Un percorso di futuro
mercoledì, maggio 13, 2009
Il Respiro di Gorgona
Al fine di condividerlo con tutti lo ri-postiamo qui, altrimenti rischierebbe di non essere letto.
Ringraziamo molto 'Klingo' per la sua testimonianza.
Il Lombrico Sociale
(che presto andrà in Gorgona...)
venerdì, maggio 08, 2009
Corso di formazione: Agricoltura sociale e detenzione un percorso di futuro
lunedì, maggio 12, 2008
Diamo il benvenuto ad un nuovo amico!
Noi per il momento non aggiungiamo altro, se non poche righe sul libro che Marco presenterà presto, il 24 maggio, a Terra Futura (Firenze, Fortezza da Basso) e che non vediamo l'ora di leggere... Molto potrete già intuirlo da queste righe, altro lo scopriremo col tempo, pian piano.
Intanto grazie mille a Marco per aver accettato il nostro invito.
Il respiro di Gorgona
Storie di uomini, animali e omeopatia nell’ultima isola-carcere italiana
Gorgona, punta nord dell’Arcipelago toscano, è due volte isola: isola geografica e isola carcere. È isola fisica e sociale. È stato il destino di molte isole diventare luogo di detenzione e Gorgona è rimasta l’ultima isola-carcere italiana nella quale, tra l’altro, si allevano quasi tutte le specie animali domestiche. Tutti i detenuti lavorano, sono remunerati e molti di loro sono impiegati proprio nella cura e gestione degli animali. Marco Verdone, veterinario omeopata, lavora sull’isola da quasi vent’anni e in questo libro ha raccolto alcune delle tante storie e esperienze che ha vissuto. Materiale che merita conoscere per aprire una finestra su un mondo poco accessibile e valorizzare l’esperienza di quest’isola che offre una carcerazione di alta qualità. Se dal carcere le persone devono uscire migliorate, Gorgona, sicuramente ha le caratteristiche per soddisfare questo compito. Terra, piante e animali rappresentano strumenti fondamentali nel percorso rieducativo e offrono la possibilità concreta di acquisire competenze per un futuro reinserimento lavorativo nella società. Gli animali sono curati da quindici anni con la medicina omeopatica che si è rivelata un approccio terapeutico congruo alla difficile situazione. Ha permesso non solo di curare in modo più dolce e rispettoso dell’animale, dell’ambiente e del consumatore, ma di stabilire relazioni di collaborazione e di amicizia con tante realtà e di porsi in contatto con il grande respiro del resto del mondo.
Gorgona e il Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano
Il Parco Nazionale Arcipelago Toscano, istituito con D.P.R. 22/7/96, comprende sette isole, uniche per clima, flora, fauna, storia e leggenda: Elba, Giglio, Capraia, Montecristo, Pianosa, Giannutri e Gorgona.
L'isola di Gorgona, con i suoi 220 ettari, è la più piccola e la più settentrionale delle isole dell'Arcipelago Toscano. Il compito del Parco Nazionale è preservare il patrimonio di specie ed ecosistemi di queste sette isole, coniugando la conservazione e tutela dell’ambiente con la valorizzazione del lavoro dell’uomo.
Gorgona ha alternato, durante la sua storia, momenti di presenza umana ad altri di quasi totale abbandono. Nel 1861 fu annessa al Regno d'Italia e nel 1869 divenne colonia penale agricola. Dal 1989 fa parte del Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano. Gorgona è stata visitata negli anni da migliaia di persone attraverso vari canali come quello della Cooperativa Parco Naturale Isola di Gorgona. L’accesso è limitato e concordato in anticipo con la direzione della Casa di Reclusione. Le visite vengono svolte nei luoghi di particolare interesse naturalistico e paesaggistico e permettono di conoscere anche le varie attività produttive che si svolgono soprattutto nel settore agro-zootecnico. L’isola di Gorgona è una risorsa per il parco e per tutta la collettività dove gli aspetti detentivi si coniugano a quelli formativi ed educativi.
Marco Verdone (1962) è medico veterinario e consulente della Casa di Reclusione dell’isola di Gorgona dal 1989. Studia, pratica, insegna e divulga la medicina omeopatica classica. Promuove la conoscenza di Gorgona e le opportunità che nascono dalla relazione con la terra e gli animali.
Eleonora Brandigi
Ufficio stampa
Libreria Editrice Fiorentina
tel. 055 214117 - fax: 055 3905997 - ufficiostampa@lef.firenze.it - http://www.lef.firenze.it/
mercoledì, aprile 23, 2008
Agricoltura dentro le mura
Agricoltura dentro le mura
Mercoledì 7 maggio 2008
UCEA – Via del Caravita, 7/A – 00186 Roma
L’importanza e la complessità dei significati, valori e funzioni connessi all’agricoltura, in particolare il ruolo sociale ed etico, si manifestano con eccezionale evidenza nei luoghi di esclusione e disagio, come le carceri.
L’incontro si propone di riflettere sul tema dell’agricoltura nelle carceri, a partire dall’analisi di alcune esperienze significative. In alcuni casi, si tratta di attività agricole tutte interne alle strutture, gestite con il supporto di professionisti dipendenti dell’amministrazione penitenziaria; in altri casi, la presenza di cooperative sociali o professionisti esterni favorisce il collegamento con l’esterno di una struttura per vocazione chiusa.
La riflessione che il seminario propone non si limita a un approccio esclusivamente economico al fenomeno, ma prospetta necessariamente una visione più ampia della multifunzionalità dell’agricoltura e della ruralità, assumendo le carceri come un contesto privilegiato di osservazione da cui trarre delle chiavi di lettura valide, più in generale, nell’interpretazione della “nuova cultura contadina”.
Programma
9.30 Introduzione ai lavori
9.45 Proiezione del cortometraggio Oltreconfine, di Arturo Gianvenuti
10.30 Francesca Giarè (INEA), Carcere e agricoltura: una lettura introduttiva delle esperienze
10.45 Saverio Senni (Università della Tuscia), Significati e modelli di sviluppo dell’agricoltura nelle carceri
11.30 pausa caffè
11.45 Marco De Biase (carcere di Velletri), Il recluso fuori le mura: relazione con l’esterno attraverso l’attività agricola
12.15 Luigi Rocchia (Carcere femminile Rebibbia – Roma), L’azienda agricola come fattore di comunicazione interna
12.45 discussione
13.30 pausa pranzo
14.30 Luca Crotti (agronomo), L’esperienza nel carcere di Capanne (Perugia)
15.00 Proiezione del video Senza sbarre
15.15 Marco Verdone (veterinario), Isola di Gorgona: detenzione e redenzione dal basso
15.45 Anna Berton (CIPAT Veneto), La terra oltre il cancello: formazione e agricoltura nel carcere di Vicenza
16.15 Discussione
Segreteria organizzativa: Alessia Fantini Tel. 06-47856404 – e-mail: fantini@inea.it
Si prega di confermare la partecipazione per e-mail entro il 6 maggio 2008.
giovedì, novembre 01, 2007
L'ISOLA CHE NON C'E'
Carissimi lombrichi e lettori,Mi capita un giorno di andare in Gorgona, l’isola penitenziario che vedo tutti i giorni dalla finestra di casa mia. E’ a 37 chilometri dalla mia città: Livorno.
Quest’ isola è talmente fusa nel panorama del lungomare labronico, che per i livornesi sembra non esistere più. Il suo profilo, che si staglia netto nei rossi tramonti, è ormai parte integrante della veduta; nessuno si chiede cosa esattamente avviene li dentro e purtroppo, quest’ isola oggi è diventata invisibile per tutti.
Perché nessuno va in Gorgona, nessuno ci vuole andare, pochissimi ci sono stati; perché è un carcere. E solo i detenuti ci vanno.
Il carcere risale al 1869 e la colonia dei pescatori che per anni ha convissuto con i carcerati e con la polizia penitenziaria si è ormai quasi estinta. Gli unici abitanti dell’isola sono i 60 detenuti e i circa 50 agenti di polizia penitenziaria che si alternano in lunghi turni di 4 giorni.
Ma quando uno ci arriva in Gorgona rimane sbalordito; il colore dell’acqua nel porticciolo, che ricorda la Sardegna, la vegetazione che ricopre tutta l’isola di un verde scuro e intenso, le suggestive insenature e le piccole baie come la Costa dei Gabbiani o Cala Scirocco, dove si creano giochi di luce e d’ombra che con il contrasto del mare potrebbero sembrare un quadro di Fattori.
Ma siamo in un carcere e ad attenderci ci sono gli agenti e con loro non si scherza: immediatamente consegniamo documenti e cellulari. Si capisce al volo che noi civili non abbiamo niente a che fare con la loro isola.
Sono in Gorgona con il Dott. Marco Verdone, veterinario omeopata dell’isola, sono a visitare l’isola per creare una collaborazione, per cercare di valorizzare insieme questo piccolo pezzo di terra incontaminato grazie a qualche idea che ci sta girando in testa per realizzare un progetto di Agricoltura Sociale.
Marco da le direttive su come gestire e curare le vacche, i maiali, le pecore e le capre.
In Gorgona si usano metodi omeopatici per curare gli animali, questo consente di avere un notevole risparmio economico e i detenuti imparano nozioni e pratiche che potrebbero, una volta terminata la detenzione, spendere in contesti lavorativi “convenzionali”.
Marco ha il rispetto di tutti i detenuti, tutti lo salutano con grossi sorrisi, conosce tutti gli agenti. Lavora in Gorgona dal 1989 Marco; ne ha viste di cose e ne ha tante da raccontare.
Conosce tutte le vacche una per una, conosce le loro storie, le loro malattie, le sofferenze che hanno provato, già, perché l’”Agricola” (il nome della fattoria dell’isola) è un’azienda molto difficile da gestire. E i motivi sono molti.
Sull’isola arriva un traghetto 2 volte a settimana. Per portare invece materiali di consumo come fieno, sementi, concimi, mezzi vari, cemento, viene usata una chiatta, “l’Urgon”, ma se il mare dice di no, nessuno parte e nessuno arriva, e può capitare anche che le vacche rimangano digiune per giorni.
Questo isolamento cosi marcato rende tutto più difficile, non essendoci civili sull’isola (tranne la Signora Luisa, unica nativa e residente della Gorgona), tutti i vari mestieri (elettricisti, idraulici, meccanici, muratori, imbianchini, fornai, macellai) vengono eseguiti dai detenuti coordinati dagli agenti.
Lavorano spesso insieme “guardie e ladri”, arrangiandosi e mettendo in gioco le proprie esperienze personali per risolvere i problemi più disparati.
Perché se per esempio si rompe un gruppo elettrogeno in Gorgona non c’è corrente, e questa diventa (giustamente) una priorità, non importa se quel giorno c’era da controllare le api o da curare una vacca, non si può stare senza corrente.
E cosi capita che la tettoia per il ricovero degli animali venga lasciata da una parte e passa un anno prima di essere montata, nel frattempo però le vacche hanno passato anni alle intemperie, hanno resistito alle libecciate che spazzano via ogni cosa, a piogge che rendono tutto un grande pantano; eppure oggi le vedo qui al pascolo, sane ed in carne, tranquille e beate, che ruminano o sonnecchiano, sarà questo panorama mozzafiato o questo silenzio cosi raro da trovare, penso fra me e me.
Ma ci sono anche brutte storie da raccontare in Gorgona.
Il legame fra gli animali e i detenuti era più intenso, il lavoro procedeva più “tranquillo” (nel senso gorgonese del termine) e si instauravano legami, sinergie e fiducia tra le persone. Marco infatti è riuscito ad inserire un detenuto, che nulla sapeva di animali prima di entrare in carcere, in una azienda zootecnica in Emilia Romagna.
Alla stalla Marco ci presenta Luciano (nome di fantasia). E’ pugliese Luciano, prima di finire dentro faceva il pastore; racconta di quando faceva la transumanza, ha passato una vita con gli animali. Conosce questi animali meglio di chiunque altro sull’isola: sa dire se una vacca partorirà un maschio o una femmina, sa quanti anni ha un animale solo guardandolo, Luciano conosce tutto quello che c’è da sapere per mandare avanti una stalla.
“Dottò!, Manca un maiale alla conta di oggi!!” dice Luciano.” E’ evaso….” Aggiunge poi con un ghigno sardonico e compiaciuto mentre noi ridiamo alla sua battuta.
E’ un uomo piccolo Luciano, di poche parole, i suoi piccoli occhi neri mi hanno trasmesso inquietudine e rispetto. Non so perché è li Luciano, ma i suoi occhi parlano per lui.
Poi ci sono i due ragazzi sardi, sono del nuorese e naturalmente si occupano delle capre e delle pecore; abbiamo conosciuto anche il macellaio, un ragazzo palermitano che ha meno di 30 anni e quasi la metà gli ha passati in carcere. “Facevo il macellaio anche prima” ci dice con un sorriso che non sta sulla faccia di un detenuto, “ma qui devo fare tutto, ero un ragazzetto quando aiutavo mio padre a lavoro. Ci sono delle cose che devo ancora imparare….ma tempo ne ho quanto ne voglio!!”, scherzando con leggerezza sulla sua ancora lunga detenzione.
Non ero mai stato in un carcere, ma penso che questo sia particolare, che non succeda cosi ovunque: i detenuti mi sorridono e sono espansivi, hanno voglia di chiacchierare, non vedono molte facce nuove.
Ma una prigione io me la immaginavo diversa. In realtà è come dice Marco: “ Uno ci deve venire in Gorgona per capire cos’è, come funziona”; e ha ragione.
Con i suoi 220 Ha, dal punto di vista agronomico alla Gorgona non manca niente: 3 Ha di vigneto con cantina e attrezzature varie; 400 piante di olivo e un frantoio; le api e un laboratorio per la smielatura; galline, capre, pecore, mucche e maiali, le stalle, la macelleria e il caseificio; 5 Ha di superficie in varie parti dell’isola destinate a erbai e pascolo; l’orto di circa 1 Ha; l’allevamento di orate e l’impianto per la fitodepurazione.
Sulla carta ci sono tutti i presupposti perché “l’Agricola” possa diventare un modello di colonia penale da esportare, un bell’esempio di Agricoltura Sociale come in tanti altri carceri italiani avviene, dove i detenuti lavorano (e sono retribuiti per il loro lavoro) e i prodotti del penitenziario vengono proposti e venduti in adeguati mercati.
Però qui non funziona esattamente cosi. La direzione del carcere risponde al Ministero degli Interni e il regolamento impone che i prodotti possano essere venduti solo sull’isola.
Ma nessuno va in Gorgona, pochissimi ci sono stati, nessuno ci vuole andare in Gorgona, perché è un carcere. E solo i detenuti ci vanno.
Il risultato è che le produzioni dell’isola fanno difficoltà a uscire, la vendita al dettaglio è praticamente inesistente (qui non c’è turismo); per vendere la merce in toto è necessario bandire un’asta pubblica con almeno cinque partecipanti e questo meccanismo certo non facilita e non valorizza la commercializzazione dei prodotti.
Ma questi, a mio modesto parere, non sono beni primari comuni, questi sono prodotti provenienti da un luogo unico e incontaminato come la Gorgona appartenente anche al Parco Nazionale Arcipelago Toscano.
I formaggi, l’olio, il vino, gli ortaggi, il miele e la carne prodotti sull’isola potrebbero e dovrebbero godere di una loro tipicità, dovrebbero trovare spazio in mercati sensibili alle questioni sociali, dovrebbero essere riconoscibili grazie ad un marchio o un’etichetta che possa identificarne la provenienza. Questi prodotti dovrebbero essere valorizzati anche e soprattutto per il modo con cui sono stati ottenuti, per il lavoro che c’è dietro.
Questi prodotti potrebbero rappresentare una voce per l’isola, potrebbero essere un biglietto da visita per far capire alle persone che sono sulla terraferma che la Gorgona non è “solo” un carcere; che anche se nessuno se ne accorge, sull’isola c’è un microcosmo che vive e che ha bisogno di farsi sentire.
Mentre torniamo indietro, sulla motovedetta della polizia penitenziaria, mi soffermo un attimo a riflettere: la Gorgona è strana, piena di contraddizioni come la città che gli sta davanti, con i suoi ritmi e il suo isolamento.
Un posto che non ti dimentichi facilmente, come lo sguardo di chi ha commesso un omicidio.
Mi sforzo di immaginare una vita passata li dentro, da “buono” o da “cattivo”, con i giorni che passano tutti uguali uno dopo l’altro, penso a quante storie si potrebbero raccontare su chi vive e ha vissuto in Gorgona; penso alle guardie e ai ladri in quel silenzio assordante.
Li, sull’ isola che non c’è.
Dott. Agronomo Francesco Presti
giovedì, aprile 26, 2007
Una lettera
Nelle settimane scorse mi è capitato di avvicinarmi al lavoro di una cooperativa agricola calabrese, la cooperativa Valle del Bonamico, ed alle fasi di ideazione di alcune attività da realizzare nel campo agricolo che vedranno il coinvolgimento di ex detenuti e loro familiari.Sabato 14 aprile, inoltre, ho partecipato ad un bel incontro fra le cooperative socie di un consorzio calabrese, il consorzio sociale Goel, di cui la stessa cooperativa è socia. Fra le altre cose è stata letta una lettera, scritta dagli stessi ex detenuti, allievi anche dei corsi di formazione del progetto Equal Potamos, gestito dalla stessa cooperativa Valle del Bonamico. Ho chiesto a questi ragazzi di poter pubblicare la loro lettera su questo blog, perchè solleva una problematica reale ed importante, sia a livello locale in un territorio particolarmente complesso, ma anche a livello nazionale, quella del reinserimento (o forse meglio inserimento) di queste persone nel mondo del lavoro e più in generale - anche attraverso il lavoro - del reinserimento nella società una volta scontata la pena carceraria. ag
Con la cooperativa “Valle del Bonamico” abbiamo realizzato una visita a Benevento presso un Istituto di selezione genetica, per vedere da vicino un allevamento di maiale nero Casertano. Si intende ora presentare la nostra idea progettuale alle istituzioni a noi vicine, ritenendo questa una importante opportunità per l’inserimento di noi ex detenuti nella società e nel mondo del lavoro, e per il territorio della Locride.
Malgrado il nostro entusiasmo e la nostra convinzione per ciò che ci viene prospettato, non ci illudiamo; infatti, la strada dell’integrazione è ancora lunga e va affrontata con coerenza e rigore. È auspicabile che sul piano sociale si realizzi l’incontro di costumi, tradizioni, culture e linguaggi i quali, intrecciandosi, si aprono al dialogo e al confronto per una convivenza pacifica e costruttiva, capace di favorire la reale integrazione di quelle categorie, come noi ex detenuti, che se ben guidati contribuiranno all’apprezzamento reciproco e a smussare le molte tensioni accumulate nel tempo. Saremo così, per la società tutta, non solo un problema da risolvere, talvolta in modo sbrigativo ed estremo, ma una reale opportunità di vera crescita e progresso integrale. A volte, ci sentiamo manipolare come burattini dall’opinione pubblica, che è creata da coloro che ci vogliono far ballare al loro ritmo. Se poi noi ci confrontiamo con le parole del Vangelo: “Ero forestiero e tu mi hai accolto”, suscita in noi un profondo e serio interrogativo: la strada che stiamo percorrendo ci porterà al completo riscatto della nostra vita?
Per questo come ex detenuti facciamo un accorato appello a tutte le Istituzioni, in particolare a quelle preposte alla soluzione positiva delle nostre sane aspettative. Mentre esprimiamo la nostra gratitudine alla Chiesa, nella persona di sua Eccellenza, al presidente della cooperativa “Valle del Bonamico”, alle Associazioni di volontariato, dall’altra esprimiamo il nostro dispiacere per tutte quelle realtà istituzionali e sociali che mostrano chiaramente di non credere in noi, attraverso un ostruzionismo culturale, fondato su luoghi comuni. È un modo inaccettabile, di pensare e di agire perché in forza della nostra natura sociale siamo, in qualche modo, un corpo unico e il male come il bene di uno si ripercuote negli altri. La persona non può mai dire “non è affar mio”, ognuno è responsabile di tutti. L’esigenza del rispetto del diritto è dovere per tutti, perciò ci limitiamo a richiamare alcuni punti essenziali, nell’intento di offrire un nostro contributo alla riflessione seria che riteniamo necessaria su questa questione assai complessa e difficile a risolversi positivamente per tutti, ma che in ogni caso non può essere ignorata.
A tutte le realtà istituzionali e sociali diciamo con forza: non spegnete la nostra speranza! Non affievolite il nostro entusiasmo! Credete in noi, perché noi crediamo in voi.
giovedì, aprile 12, 2007
Il progetto Semi di Libertà
da Isabella, Mario e MarcoAvendo avuto la possibilità di disporre di un casale semidiroccato con alcuni ettari di terreno - il podere San Fruttuoso della tenuta del Castelluzzo - nel comune di Bagnoregio, ci si vorrebbe impegnare nel suo restauro per creare un’oasi in cui siano accolti i più deboli, i più miseri, i più fragili, quelli insomma che non sono riusciti a difendersi dai meccanismi perversi di questa società: un’oasi in cui nessuno di chi entra debba avere tra i propri obbiettivi quello di accumulare ricchezza, ma solo la voglia di stare e lavorare insieme ai più piccoli e bisognosi di noi, e di ricevere e dare loro una ricchezza diversa: umana, sociale e di speranza.
E se degli utili ci saranno, saranno utilizzati per la crescita e le migliorie delle strutture e delle realtà agricole (riteniamo fondamentale salvaguardarle e valorizzarle ), per il sostentamento e la vita dei soci, specie di quelli deboli, e per altre iniziative sociali all’esterno.
Un modo questo per selezionare chi veramente può aderire ad un progetto di favola come il nostro. Fatevi avanti!
La prima idea di questo progetto ci è venuta grazie all’incontro con alcune detenute durante una visita didattica alla fattoria sociale della sezione femminile del carcere di Rebibbia.
Un’esperienza dall’intensa carica emozionale, ma anche una sconvolgente discesa agli inferi del carcere e della pena. Perché sono proprio le sezioni femminili quelle dove la durezza delle norme, delle strutture, dei comportamenti, delle consuetudini, si esprime in tutta la sua crudele assurdità. E su dei soggetti, le donne, in genere colpevoli solo di reati minimi, legati alla tossicodipendenza, alla prostituzione, alla clandestinità: più vittime che colpevoli insomma. Vittime delle circostanze, dei loro compagni, della loro stessa condizione femminile…
Una durezza inutile e crudele che nella disperazione dei giorni e delle opere finisce col rendere vano ogni impegno, personale e delle stesse Istituzioni, perché il carcere e la pena non siano più e solo strumento di punizione e di esclusione dalla società ma possano portare a quella presa di coscienza da cui dipende ogni speranza di reinserimento e liberazione.
Una presa di coscienza dei propri limiti e dei propri errori che è anche facile per chi, più che la “malavita” ha conosciuto solo una “vita mala”, fatta di abusi, droga, violenza, miseria materiale e morale, ma che da sola non può bastare se manca poi quella rete di relazioni personali, familiari e sociali in grado di dare sostegno e prospettive una volta fuori dal carcere.
Ed è stato proprio parlando con le detenute, dei loro sogni e delle loro speranze, del loro disperato anelito di vita e di libertà e delle loro ansie e turbamenti di fronte al futuro, che si è cominciato a pensare ad un percorso ed un progetto.
Il progetto allora di una struttura di accoglienza per le detenute uscite dal carcere - a fine pena o con misure alternative alla detenzione - dove imparino ad esercitare e gestire un’attività di agriristoro, integrata da una fattoria didattica, impegnandole non solo nella ristorazione, nell’accoglienza e nelle coltivazioni, ma avendo anche in mente l’apertura di adeguati laboratori artigianali insieme alla possibilità di completare o intraprendere gli studi, facendo loro conoscere i tempi ed i modi di una vita più sana e genuina, e con l’opportunità di stabilire nuove e più valide relazioni personali e sociali, utili per il futuro rientro nella società.
Un’attività, questa dell’agriturismo, in grado di unire nel nostro contesto - e in un ambiente comunque “protetto”, lontano da pericoli e tentazioni - le valenze positive del lavoro nel verde con le possibilità di socializzazione offerte dal continuo confronto col pubblico, aiutando queste ragazze a raggiungere, con la rinnovata fiducia in se stesse, negli altri e nelle proprie capacità, quella necessaria elaborazione del vissuto che, insieme all’ adeguamento alle regole della società, è condizione e premessa di una vera autonomia personale, sociale e culturale…
Terminata la prima fase di progettazione, ci si accinge ora ad entrare nell’operatività con un duplice percorso.
Da un lato, costituita l’Associazione di volontariato “San Fruttuoso”, si procederà al restauro delle strutture ed al reperimento dei fondi necessari per completare l’opera, impegnandoci personalmente negli stessi lavori agricoli e di muratura proprio come maniera di “fare gruppo” e di verificare sul campo le nostre capacità e motivazioni, cercando anche di allargare la partecipazione al progetto con l’acquisizione di nuove competenze e l’adesione di altri partner e volontari.
Dall’altro lato si prevede di iniziare la formazione delle detenute grazie ad alcuni corsi professionali sull’orticultura e sulla ristorazione da attivare presso le sezioni femminili delle Case Circondariali di Civitavecchia e Rebibbia, valendoci della collaborazione dell’Università della Tuscia e dell’Istituto Alberghiero di Civitevecchia. Con lo scopo sia di fornire alle detenute le necessarie competenze professionali che di mettere alla prova la loro reale volontà ad impegnarsi in questo percorso di inserimento sociale e lavorativo. Considerando anche che si tratta di un progetto “in itinere”, da modulare secondo le reali esigenze e possibilità delle detenute, e con la prospettiva di un ampliamento della dotazione di fabbricati e terreni e delle attività (turismo equestre, ippoterapia, bad & breakfast), come pure degli stessi soggetti beneficiari (anziani, disabili, minori …).
giovedì, marzo 22, 2007
Le Asinelle di Asinoi entrano in Carcere a Sollicciano
Sabato 31 marzo sarà inaugurata l’asineria del carcere femminile di Sollicciano. L’evento è legato al progetto vincitore del bando regionale CESVOT “A PASSO D’ASINO PER I COLLI FIORENTINI” che vede come soggetti attivi, oltre al Ministero di Giustizia, alcuni comuni della provincia di Firenze.
Coordinatore del progetto il dottor Sandro Useli che ha coinvolto l’associzione “Asinoi”, la quale donerà le dolcissime Asinelle Camomilla e Samnatha. “Abbiamo aderito volentieri a questa iniziativa”, racconta Mafalda Leto, presidente di Asinoi, “il principale scopo della nostra Associazione è quello di operare nel sociale, utilizzando questo simpatico e duttile animale. Le asinelle e le detenute saranno parte strategica del progetto nelle pratiche legate alla nuova proposta di utilizzo degli asini (attività assistite per anziani e diversamente abili, didattica, attività di svago e tempo libero, turismo responsabile). Il principale compito dell’asineria di Sollicciano sarà quello dell’ addestramento ed educazione dei giovani asini al fine di renderli pronti alle attività, ma la cosa più importante è che le detenute trarranno dalla presenza delle asinelle in carcere occasioni di riflessione, serenità e benessere, oltre ad apprendere una professionalità che coniuga ambiente e sociale e che potrà tornare utile nel reinserimento in società“
Le persone che vorranno festeggiare questo avvenimento sabato 31 marzo, dalle 13:00 alle 16:00 al femminile di Sollicciano, insieme ai soggetti che hanno presentato il progetto ed alle ragazze detenute, dovranno comunicare i loro dati anagrafici (nome, cognome, luogo e data di nascita, residenza) entro il 20 marzo a Sandro Useli tel. 348 9384829
