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domenica, marzo 29, 2009

A Report, oltre tutto il resto, anche un'interessante GOODNEWS


Domenica 29 marzo alle 21.30 (stasera) su RAI TRE andrà in onda Report e la puntata dal titolo ''IL GRANDE INGANNO'' è dedicata all'energia.

Inchiesta sul Lavoro Sociale

La crisi economica che stiamo attraversando scarica la drammaticità dei suoi effetti sulle fasce più deboli della popolazione, aumentandone i bisogni sociali, vecchi e nuovi.

In un contesto del genere il sistema di protezione e di benessere sociale, compresi i servizi, viene smantellato dal governo nazionale attraverso tagli pesanti alle regioni, agli enti locali e alle politiche sociali. Nella manovra finanziaria triennale del Governo i tagli ai fondi destinati alle politiche sociali ammontano ad oltre 3,5 miliardi di euro. In particolare, se sommiamo i tagli già apportati nel 2008 con quelli del triennio 2009-2011 (tabella C della legge finanziaria), il fondo nazionale per le politiche sociali subisce un taglio di circa 2 miliardi rispetto al 2007 (-300 nel 2008; -350 nel 2009; -630 nel 2010; -700 nel 2011); il fondo per la famiglia di 318 milioni (-90 nel 2009; -90 nel 2010; -138 nel 2011); quello per le politiche giovanili di 190 milioni (-58 nel 2009; -56 nel 2010; -76 nel 2011); quello per le pari opportunità di 96 milioni di euro (-14 nel 2009; -41 nel 2010; -42 nel 2011); il fondo nazionale per l’inclusione dei migranti viene azzerato (stanziati 100 milioni di euro nel 2007). Inoltre, dal 2010 non viene previsto neanche 1 euro per il fondo nazionale sulla non autosufficienza, che oggi ammonta a 400 milioni di euro.

Un’irresponsabilità sociale che tende a soffocare la natura pubblica ed universalistica del welfare, spianando la strada ad un modello residuale e caritatevole, come dimostra anche l’iniziativa della Social Card.

In questo modo la già difficile situazione dei servizi alla persona e del lavoro sociale rischia di logorarsi definitivamente, di vedersi chiudere una stagione di sperimentazione sociale che, tra alti e bassi, ha provato a ridefinire i servizi stessi fuori da un’ottica assistenzialistica, concentrandosi più sull’inclusione e sull’uguaglianza delle persone.

Pensiamo sia necessaria un’azione unitaria contro questo tentativo di distruzione del lavoro e dei servizi sociali. Un’azione che trovi la sua efficacia in una proposta alternativa di welfare, basata sul rilancio dello stato sociale e dei diritti di cittadinanza come porta d’accesso al benessere individuale e collettivo.

In questo percorso la voce del lavoratore sociale risulta essenziale per capire e migliorare il sistema dei servizi. Il suo ruolo politico e sociale, quasi mai riconosciuto, deve poter emergere e contribuire alla costruzione di politiche di cambiamento in nome del connubio inscindibile tra qualità del lavoro e qualità dei servizi.

A tal fine abbiamo ritenuto utile lanciare un momento di inchiesta e mutuo ascolto sul lavoro sociale, rivolta tanto agli operatori che ai beneficiari dei servizi.

In molte regioni sono previsti gruppi di inchiesta territoriali, che fungeranno da luoghi di ricerca-azione, riflessione, elaborazione culturale ed iniziativa sociale.

Come primo, ma non unico, strumento del nostro percorso di inchiesta sociale proponiamo un questionario per gli operatori sociali.

Lo scopo è quello di dare visibilità al lavoro sociale, alle sue istanze, esperienze, sperimentazioni, difficoltà perché lo consideriamo uno dei pilastri centrali del sistema dei servizi sociali che dovrebbero garantire, fuori da logiche mercantili, condizioni di vita dignitose a tutte e a tutti.

Invitiamo quanti, operatori, associazioni, cooperative, beneficiari dei servizi, interessati alla nostra iniziativa a costruire gruppi di inchiesta nei territori, che, partendo da un ascolto della realtà sociale, si attrezzino per immaginarne la sua trasformazione.

Fonte e per saperne di più: http://www.inchiestalavorosociale.org/

domenica, gennaio 11, 2009

Tributo a Fabrizio De Andrè a blog unificati

L'11 gennaio 2009 la musica italiana ricorda il grande Fabrizio De Andrè a dieci anni dalla sua scomparsa. Tra le 22.40 e le 22.50, un centinaio di radio italiane trasmetteranno, in contemporanea con lo speciale “Che tempo che fa” di Raitre dal titolo “Fabrizio 2009, Amore che vieni amore che vai, la canzone scelta da Dori Ghezzi come simbolo di questo ricordo via etere.
L'idea è di rilanciare questa iniziativa anche sul web. Chiunque abbia un sito o un blog, quel giorno dedichi un post al grande Faber, pubblicando il video di "Amore che vieni, amore che vai".


Il Lombrico Sociale ha aderito all'iniziativa, questo il motivo di un post "musicale" sul nostro blog.
Pensavamo di limitarci a questo, difficile aggiungere altro, forse non necessario, è sufficiente il ricordo ed il pensiero di ciascuno di noi ed il ricordo collettivo in questa giornata. Ma poichè De Andrè ha cantato soprattutto storie di persone ai margini della società, storie di ultimi, di invisibili, ha dato loro voce (che voce....) attraverso la musica (e che musica...), il nostro post, attraverso il ricordo di Fabrizio De Andrè, è dedicato anche a chi, in questo momento storico, emarginato ed ultimo lo è forse più di tutti: gli stranieri provenienti dagli angoli più poveri del mondo.
A tutti loro, con la dolcezza con cui sono stati cantati da De Andrè, dolcezza di cui nel quotidiano - è provato - non siamo capaci, con un particolare pensiero a tutti coloro che sono utili all'economia agricola del nostro paese, ma non si vedono riconosciuto alcun diritto e sono spesso vittime di ricatti e violenze.
Il Lombrico Sociale discute, studia, visita e racconta di tutte quelle esperienze che coniugano agricoltura ed utilità sociale, nelle quali le risorse dell'azienda agricola sono impiegate non solo per la produzione di beni alimentari, ma anche per fornire servizi rivolti a migliorare la qualità della vita delle persone (con particolare riguardo alle fasce deboli della popolazione e/o a rischio di marginalizzazione) e della collettività, per creare occasioni di inserimento lavorativo e di aggregazione.
Poco più di due anni fa abbiamo pubblicato un post sull'inchiesta del giornalista Fabrizio Gatti "Io, schiavo in Puglia", da cui emergevano situazioni in cui invece l'agricoltura diventa il contesto in cui le fasce deboli sono sfruttate, usate - al di fuori di ogni regola - per far arricchire altri, generalmente già ricchi. Oggi, in questa occasione, ci e vi invitiamo ad informarci su quello che succede a Rosarno (RC), dove migliaia di immigrati, provenienti per lo più dall'Africa, arrivano nella Piana di Gioia Tauro in occasione della raccolta delle arance. Vi invitiamo a leggere delle condizioni di lavoro e di vita, dello sfruttamento, della violenza, dell'indifferenza generale (tanta), della solidarietà (poca, ma c'è anche quella, da parte di Medici senza frontiere ad esempio, come in altre zone di guerra, e di alcuni cittadini).
La webzine terrelibere.org altre forme di informazione sta seguendo da anni la vicenda, ha istituito l'Osservatorio invernale sulla raccolta della arance nella Piana di Gioia Tauro che pubblica aggiornamenti quotidiani.
Tratti dal sito, di seguito segnaliamo:

Rosarno, terra di confine
Per la legge sono invisibili e non hanno diritti. Sono utili all`economia agricola della Piana, ma sono vittime di rapine e violenze. Vivono in un un contesto estremo, con diverse amministrazioni sciolte per mafia in pochi chilometri, sindaci arrestati, fabbriche finanziate coi soldi dello Stato ed imprenditori spariti nel nulla. Una di queste è la famigerata "cartiera" dove centinaia di africani sopravvivono in condizioni disumane


Il reportage fotografico del Guardian (2006)

Una Stagione all'Inferno, rapporto sulle condizioni degli immigrati impiegati in agricoltura nelle regioni del Sud Italia (Medici senza frontiere, febbraio 2008)


«Ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti
come una svista
come un'anomalia
come una distrazione
come un dovere»
(Smisurata preghiera, da Anime Salve 1996)

domenica, dicembre 30, 2007

Letture casuali festive. 3

Un muro separa le due aree del Paese, oltre che per reddito anche per "ricchezza civica"
Unica eccezione rilevante la Sardegna, che stacca le regioni meridionali

Cittadini doc, l'Italia finisce a Terni
In un Atlante la mappa del 'capitale sociale'


Dai donatori di sangue alle attività sportive, il Sud resta in coda
di FABRIZIO RAVELLI

MILANO - C'è un tesoro nascosto. E c'è una mappa. Una mappa strappata, come nelle migliori tradizioni. E qui comincia il mistero: che cos'è il "capitale sociale", e cioè quella ricchezza nascosta che bisogna ritrovare? É una cosa che non compare nelle statistiche del Pil o del tasso di sviluppo. Si tratta di quel complesso di "fiducia, senso di obbligazione e di responsabilità verso gli altri e verso le istituzioni, solidarietà e partecipazione". Così lo definisce Roberto Cartocci, docente di Metodologia della scienza politica a Bologna. E lui il cacciatore di tesori. Quello che ha disegnato queste inedite "Mappe del tesoro", raccolte in un volume del Mulino.

La ricchezza collettiva è, in poche e sbrigative parole, il senso civico, sono le relazioni libere e disinteressate che legano fra loro i cittadini di una comunità. Una mappa difficile da disegnare, anche se l'argomento è fra i più in voga nel campo delle scienze sociali. Cartocci ha misurato il "capitale sociale" delle 103 province italiane, aggiornando e approfondendo il fondamentale lavoro di Robert Putnam ("La tradizione civica nelle regioni italiane"), pubblicato nel '93 ma basato su dati del ventennio precedente.

La copertina del volume di Cartocci è una mappa d'Italia strappata a metà, lungo i confini meridionali di Toscana, Marche e Umbria. Lungo due fiumi: da Fiora a Tronto.

Purtroppo, o inevitabilmente, assomiglia a uno di quei manifesti leghisti di vent'anni fa, quando la propaganda secessionista progettava di tirar su un muro a metà dello Stivale. Il muro, se si calcola la distribuzione del "capitale sociale", esiste. E non è dissimile da quello che divide le regioni più ricche da quelle più povere: "Redditi più bassi e carenza di capitale sociale coincidono. Il problema dell'analista è capire qual è la causa e qual è l'effetto".

Ma, in ogni caso, la mappa riserva nel dettaglio qualche bella sorpresa. Il "capitale sociale" è un bene comune, riserva benefici agli individui e alla comunità, ma si tratta di benefici disinteressati. Ha cioè a che fare anche con i valori, e cioè con "una dimensione irriducibile a considerazioni di vantaggio personale e di consapevole utilità per il singolo". Tiene insieme una comunità, le dà un senso. Ma come misurarlo? Cartocci mette a punto quattro indicatori empirici: diffusione della stampa quotidiana, livello di partecipazione elettorale, diffusione delle associazioni dello sport di base, diffusione delle donazioni di sangue. Una semplificazione, ma indispensabile. I primi due indicatori riguardano aspetti della relazione fra cittadini e comunità politica. Gli altri due la diffusione del senso di obbligazione e la socialità, la disponibilità a impegnarsi per gli altri.

La diffusione della stampa vede in testa Trieste (175 copie giornaliere ogni 1000 abitanti) e in coda Crotone (18 copie, un decimo). Le province con diffusione più elevata sono concentrate nel Centro-Nord, soprattutto sulle due rive del Po e sulla costa tirrenica. La Sardegna si distingue: è al quinto posto nella scala regionale, supera Lombardia, Toscana, Valle d'Aosta, Veneto e Piemonte. La geografia della partecipazione elettorale (dati dal '93 al 2001 di politiche, europee e referendum) vede in testa Emilia Romagna, Toscana e Umbria. In coda Campania, Sicilia e Calabria. La Sardegna, qui, si colloca al di sotto della media.

Gli altri due indicatori provano a misurare il "dono di sé", di tempo, denaro, e perfino sangue. Sono le risorse di altruismo e di obbligazione verso gli altri che alimentano il cosiddetto Terzo Settore, l'arcipelago del volontariato che si colloca fra Stato e mercato. La mappa dell'offerta di sangue vede in testa Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Veneto e Lombardia. Il dettaglio provinciale riserva una sorpresa: la provincia con il più alto numero di donatori in Italia è Ragusa. L'unica altra provincia meridionale fra le prime 10 è Matera. Palermo sta nella stessa classe di Reggio Emilia, Bologna, Perugia, Bolzano, Sondrio.

L'associazionismo sportivo è l'ultimo indicatore di "capitale sociale" misurato dalle mappe di Cartocci. Anche qui resiste un forte divario Nord-Sud.
In tutte le 11 regioni del Centro-Nord esistono in media 2,5 società sportive ogni 1000 abitanti, con la sola eccezione della Lombardia che sconta i tassi più bassi nell'area metropolitana di Milano (così come Roma in rapporto al Lazio). Le aree metropolitane, in genere, sono le più deboli. Il primato è della Valle d'Aosta, con quasi 4 società su mille abitanti.

E, alla fine, il punto sulla ricerca della dotazione di "capitale sociale". C'è quella frattura fra Centro-Nord e Centro-Sud, quella linea Fiora-Tronto: sopra questa linea si trovano solo 6 province con valori negativi, quelle della fascia pedemontana (Vercelli, Varese, Sondrio) più Imperia, Macerata e Ascoli Piceno. Si vede una distribuzione più frastagliata al Centro-Nord, e una più omogenea al Centro-Sud.

I valori medi di questa ricchezza vedono ampiamente al primo posto l'Emilia Romagna, seguita da Toscana e Friuli Venezia Giulia. La Sardegna è l'unica regione centromeridionale con un valore positivo, superiore a quello delle Marche.

Il dato sconfortante è in questa domanda che Cartocci si fa: "Perché lo squilibrio in termini di risorse di capitale sociale è rimasto pressoché invariato dopo due decenni e più?". La ricerca di Putnam, infatti, approdava a risultati analoghi. L'Italia era e rimane un Paese spaccato, sia per distribuzione di ricchezza economica sia per "capitale sociale". In Europa non c'è altra nazione che abbia una analoga polarizzazione fra regioni ricche e povere, salvo (per difetto) la Germania riunificata nel '90.

Il deficit di "capitale sociale" di cui soffrono gli italiani, soprattutto nel Mezzogiorno, "non significa assenza di solidarietà, ma assenza di una solidarietà che abbia un orizzonte congruente con l'assetto politico-istituzionale di una grande democrazia". Significa che prevalgono forme "più coriacee" di solidarietà, come il familismo e il localismo.

Queste mappe, scrive Cartocci, riecheggiano la formula di Metternich, l'Italia "mera espressione geografica". Con una complicazione, che riguarda la politica. Le due aree più distanti in termini di sviluppo economico e "capitale sociale"presentano differenze minime nella distribuzione delle preferenze politiche. Poiché i due poli sono separati da una minima quota di voti, non possono rinunciare a frazioni di elettorato al Nord o al Sud. Il rischio è quello dell'inazione, dell'immobilismo, dell'incapacità di ricucire quello strappo sulla mappa del tesoro.

La Repubblica (11 giugno 2007)

domenica, aprile 15, 2007

In un reportage il dramma delle campagne cinesi

Due giornalisti cinesi, Chen Guidi e Wu Chuntao, hanno visitato per tre anni consecutivi oltre cinquanta villaggi lungo tutta la provincia dello Anhui ed hanno intervistato migliaia di contadini. Al termine del lavoro hanno scritto un’inchiesta sulle disuguaglianze che affliggono 900 milioni di contadini cinesi, il 40 per cento di tutti i contadini del pianeta.
Il reportage ha avuto una risonanza notevole perché ha posto in risalto la dura realtà della Cina rurale; una situazione drammatica che costituisce la principale questione che quel paese deve oggi affrontare e che gli autori hanno riassunto nella formula delle “tre agri”: il problema dell’agricoltura, il problema delle aree rurali e il problema degli agricoltori.
Il libro ha venduto più di 150 mila copie prima che improvvisamente, nel marzo del 2004, le autorità lo portassero via dagli scaffali delle librerie. Da quel momento è stato possibile trovarlo solo in edizioni pirata lungo le strade. Così, nonostante la censura, sono state vendute in ogni parte della Cina 8 milioni di copie.
Ora il libro è stato tradotto in italiano con il titolo “Può la barca affondare l’acqua?” che allude ad un motto dell’imperatore Taizong: “L’acqua sostiene la barca; l’acqua può anche affondare la barca”. Ebbene, quando parlava dell’acqua, l’imperatore si riferiva ai contadini. Più di mille anni fa, Taizong capiva infatti la loro importanza. Ma oggi i governanti cinesi pensano che la barca possa fare a meno dell’acqua.

Nella Cina di oggi si è allargata la distanza tra ricchi e poveri

“Dinanzi alle descrizioni ottimistiche e ammirate del «miracolo cinese» questo libro richiama bruscamente alla realtà” ha scritto nella prefazione Federico Rampini, corrispondente a Pechino de “La Repubblica” e autore di saggi importanti sulla straordinarietà dello sviluppo impetuoso di paesi come la Cina e l’India. Nella Cina di oggi la distanza tra ricchi e poveri è più ampia di quella che si registra negli Stati Uniti di Bush e nella Russia di Putin. Le testimonianze raccolte compongono, infatti, una sorta di lamento corale di un esercito di afflitti e di disperati. E il filo conduttore che lega le sofferenze descritte è l’estorsione sistematica di imposte e balzelli fiscali – spesso pretesi in modo illegale – da parte di una classe dirigente locale dispotica e cinica.
Sembrano le immagini di un paese dove il regime feudale non è mai stato scardinato. Ma non è così: in Cina si è compiuta la rivoluzione comunista all’insegna dell’egualitarismo; si è dato luogo all’eliminazione fisica dei proprietari terrieri, alla collettivizzazione dell’agricoltura, all’esperienza delle comuni. Ma la sbornia ideologica di egualitarismo maoista ha paradossalmente prodotto un individualismo spietato dai connotati razzisti. Sicché ai mandarini di un tempo sono subentrati i capi locali del partito comunista che in molte regioni povere agiscono come veri e propri boss mafiosi con la copertura omertosa di ogni autorità dello Stato, dalla magistratura alla polizia.
Ancora oggi si chiamano contee le cento Cine in cui è decentrato il potere statale e contro le autorità locali continuano a scoppiare innumerevoli rivolte contadine soffocate sul nascere né più né meno come nel passato. Nel libro si dà conto della vasta rete di attivisti, nata per tutelare i diritti civili nelle campagne, ma questo commovente tessuto di solidarietà non ha nulla a che vedere con un movimento organizzato. Le proteste che si manifestano nelle campagne sono sistematicamente sedate con violenze arbitrarie ed infami ricatti.

Le Chinatown diffuse in ogni parte del mondo ora sorgono in Cina

Fuggendo verso le città i contadini cinesi non trovano affatto un modo per uscire dallo stato di soggezione perché restano privi dei diritti di cui godono i residenti urbani, come l’assistenza sanitaria e la scuola per i figli. In realtà vengono considerati dai ceti medioalti che vivono nelle città come dei nuovi barbari. Stanno sorgendo all’interno del paese più Chinatown di quelle sparse per il mondo, ma con un tasso di conflittualità tra locali e immigrati pari a quello che si manifestò a San Francisco quando a metà ‘800 sorsero i primi nuclei del “quartiere cinese”.
Gli esecrandi episodi di xenofobia contro la comunità cinese a Milano ha giustamente suscitato l’immediata reazione di forze politiche e sociali e dello stesso ambasciatore della Repubblica popolare. Ma agli atti di teppismo contro i contadini che addensano le periferie delle megalopoli cinesi non reagisce nessuno.

E' urgente la proprietà della terra ai contadini

La Cina avrebbe bisogno di una vera riforma agraria, che permetta a milioni di contadini di accedere alla proprietà della terra, come base su cui avviare un processo di democratizzazione del paese. Ma purtroppo tra le tante misure ultimamente annunciate dal presidente Hu Jintao e dal premier Wen Jiabao per riconquistare il consenso sociale, ormai dissoltosi nelle aree più arretrate, quella che è finora mancata è proprio la riforma del regime di proprietà terriera nelle campagne. E’ infatti la collettivizzazione delle terre la causa scatenante della ribellione contadina perché costringe le famiglie agricole a subire le angherie delle autorità locali.
Come per le democrazie occidentali proprietà diffusa della terra e ordinamento democratico sono state due facce della stessa medaglia, così per uno sviluppo equilibrato della Cina la prima misura che potrebbe avviare una stagione di diritti individuali e coniugare finalmente crescita economica e giustizia sociale è la distribuzione della terra ai contadini per farne dei proprietari. E’ evidente che questa nuova condizione per milioni e milioni di cittadini significherebbe la fine della sudditanza, la nascita di raggruppamenti politici in competizione per il potere e l'avvento della democrazia.
Ma a questo si oppongono in modo virulento i poteri oligarchici che intendono conservare i propri privilegi. E il governo di Pechino all’alternativa tra rimettere in discussione il monopolio del partito unico o consentire che continuino a dilagare la corruzione e la prepotenza si ostina a rifiutare la prima opzione. Non solo. Per impedire che questa alternativa diventi dialettica politica tra forze che potrebbero organizzarsi liberamente si ricorre senza ritegno alla censura. Si impedisce che la gente che vive in città possa essere informata su quanto accade nelle campagne. Ma fortunatamente Chen e Wu hanno deciso di non piegarsi alle minacce e alle persecuzioni e stanno scrivendo il seguito della loro inchiesta.

Chen Guidi, Wu Chuntao, “Può la barca affondare l’acqua? Vita dei contadini cinesi”, Marsilio Editori, 2007, pagg. 240, Euro 15

lunedì, gennaio 08, 2007

Il potere è Slow

Sul numero di gennaio della rivista Altreconomia c'è un'inchiesta che credo possa essere interessante. ag

L’impero del gusto (di Andrea Semplici)
Hanno salvato dall’oblio centinaia di prodotti della tradizione. Fondato una Università, una casa editrice e inventato il Salone del Gusto di Torino. Sotto il cappello di una onlus battono molti cuori. Che vanno fast.


Riferimenti: Altreconomia, Slow Food

mercoledì, settembre 27, 2006

Io, schiavo in Puglia

di a.g., s.p.

Si tratta del resoconto di un reporter che si è mischiato per una settimana ai raccoglitori di pomodori in Puglia. Scriviamo questo post per invitare a leggere l’inchiesta chi non l’avesse ancora fatto.

Senza dubbio l’articolo non può lasciare indifferenti. I tempi dei caporali non sono tramontati, ... è un bello schiaffo sapere che a due passi da casa c'è un'agricoltura che col nostro sociale ha ben poco a che spartire.... Ma non è solo Puglia e non è solo agricoltura. A chi capita di passare lungo le principali strade consolari, in uscita da Roma, al mattino molto presto, sarà anche capitato di vedere centinaia di persone (braccianti, operai, ecc.) che aspettano il caporale di turno perchè questo li porti nei campi o nei cantieri. Immaginiamo, in situazioni simili a quelle descritte e subite dal reporter Gatti nel foggiano. Ma non è tanto la diffusione del caporalato che ci sorprende, nè quanto descrive Gatti nel suo articolo. Già di per sè non è normale che questo, che non è un fatto episodico ma riguarda migliaia di persone, esista in un paese che si definisce civile, ma è normale che la cosa sia caduta quasi nel vuoto? poi la cosa...si tratta di reati. Su quanti giornali ne abbiamo letto notizia? Nei TG quanto spazio è stato dato?
Ci piacerebbe sapere se e quanti controlli sono scattati di conseguenza. E naturalmente se i responsabili sono stati individuati.

La notizia dello sfruttamento della manodopera straniera nei campi nazionali ci sembra sia stata lasciata cadere in un lampo dai media di larga diffusione, l'abbiamo trovata su un sito che si occupa di agricoltura biologica. Questo fa riflettere: possibile che l'unica agricoltura a ricordarsi dell'etica e dei diritti umani sia quella biologica? Possibile che il caporalato, la cattiveria e la disumanità siano da considerarsi alla stregua di diserbanti e fitofarmaci, ovvero siano permessi nell'agricoltura convenzionale? Sappiamo che non è così, ma che facciamo noi che parliamo di etica dell'agricoltura, di agricoltura sociale? Siamo convenzionali o biologici?…
La notizia l’abbiamo anche ritrovata su altri siti, ma per lo più piccoli siti o siti “sensibili” alla tematica, ong, associazioni di volontariato, il sito di un progetto che si occupa di promozione dei diritti di cittadinanza, un altro di emigrazione, diversi siti che si occupano di informazione indipendente, informazione consapevole.

Abbiamo ritenuto utile (forse più alla nostra coscienza che nella realtà) far riferimento a questa inchiesta su questo sito. Per le tematiche che diciamo di voler discutere, relative all’agricoltura sociale, crediamo non si possa non far riferimento a questa notizia, cercando anche di approfondirla, chiederne ragione ad un pò di gente e fare in modo che non venga dimenticata nel giro di qualche settimana.
Crediamo sia anche un dovere morale, quello di comunicare, a chi passa anche accidentalmente da un sito del genere, che l’etica riguarda tutti, perché a volte siamo portati a pensare che di etica ne abbiano bisogno solo i disabili o gli anziani, non è immediato il nesso fra l’economia, la vita politica, la vita “ordinaria” e l’etica. Molti non sanno nemmeno che per raccogliere i pomodori serve chinarsi e faticare, figurarsi se immaginano che nel 2006 esiste ancora il caporalato e che può avere un senso parlare di etica anche in agricoltura.
Non vogliamo fare denunce infuocate, ma solo informare che esiste anche (o meglio, ancora) questo nei nostri campi, nei nostri cantieri e non così lontano da noi.

Un paio di giorni fa ad un incontro sull’economia sociale tenutosi a Roma, un sacerdote – ebbene sì, un sacerdote - ha detto che in troppi luoghi e troppe volte lo sfruttamento viene camuffato da solidarietà e che in troppi luoghi e troppe volte le fasce deboli vengono usate in fondo solo per far arricchire altri, generalmente già ricchi.
Come dire che il lavoro può rendere liberi o può rendere schiavi, in Puglia come in tanti altri luoghi.

Per leggere il resoconto di Fabrizio Gatti:
http://espresso.repubblica.it/